Icaro | un racconto fan art di: Letizia

Icaro rimase a lungo a osservare la ninfa mentre questa, nuotando svelta, si allontanava in direzione della nave etark. Era contento per lei. Flora non era mai stata fuori dall’isola e meritava di viaggiare, divertirsi e amare. Meritava di darsi all’inseguimento di nuovi amici e di un mare di nuove avventure. 

Lui e Flora si erano conosciuti molti anni prima. Suo padre Dedalo l’aveva incontrata per caso nel bosco, ai piedi della montagna sopra la quale loro due abitavano. L’uomo stava cercando delle bacche per preparare uno strano infuso rilassante. 

“Le bacche verdi sono velenose e potresti morire mangiandole, lo sai? Le gialle vanno bene. Vengono molto usate in cucina” aveva esordito la ninfa, sbucando da dietro un alto albero nodoso.

“In effetti, stavo proprio cercando di capirne la differenza” era stata la risposta dell’Architetto, che poi aveva strabuzzato gli occhi. “Ma… aspetta un momento, ninfa, tu… cammini su due zampe!” 

Dedalo infatti era rimasto colpito non solo per la lucente pelle verde smeraldo di lei, ma perché a differenza di tutte le ninfe dell’isola, camminava come gli esseri umani. Incuriosita a sua volta dall’uomo, Flora gli aveva raccontato di essere figlia di una ninfa e di un umano. Dopo aver vissuto quasi esclusivamente con il padre, era ormai diventata sua abitudine camminare in quel modo, nonostante mantenesse fiera atteggiamenti da ninfa, come il mangiare gli insetti.

Dedalo, che fino a quel momento non aveva mai incontrato una ninfa così socievole, aveva dunque deciso di presentare la sua nuova conoscenza a Icaro. Le aveva proposto la cosa e lei aveva accettato, poiché le mansioni che avrebbe dovuto svolgere quel giorno per conto del padre le aveva già completate. Così Flora era finita col seguire l’Architetto fino alla sua dimora sopra la montagna, per incontrare il figlio di quell’uomo tanto bello quanto gentile. Da quel giorno in avanti, il piccolo Icaro e la divertente Flora si erano incontrati tutti pomeriggi per giocare e chiacchierare fino al calar del sole. Poi la ninfa era sempre tornata dal suo vecchio e Icaro da Dedalo: entrambi contenti e affamati.

Mentre all’orizzonte la Hyka solcava le acque di Creta diretta verso la pietrosa Itaca e Icaro ripensava ai bei momenti con la dolce Flora, in volo sopra la sua testa passarono Catlyn e Dedalo. 

Dopo averli salutati con la mano e aver versato una lacrima di nostalgia, Icaro decise che era il momento di andare. Lentamente risalì la cala e seguì il sentiero più lungo per raggiungere la sua dimora. 

Alcune lune dopo arrivò a sapere della morte di Dedalo a Khytira. A portare l’infausta notizia fu una civetta dagli occhi azzurri, che un notte gli sussurrò all’orecchio ciò che era successo tra lui, la Wanakti e i neri guerrieri del dio Ares. Fu una notizia tremenda che lo scosse nel profondo.

Però, già dalla mattina seguente, nonostante il vuoto nell’animo per la perdita del padre, Icaro si mise all’opera. Per anni rimase nell’antro sulla cima del monte che l’Architetto aveva adibito a studio, usufruendo di tutte le pergamene e i supporti sui quali prendere nota per le misure delle ali che a sua volta voleva costruire: ali così ampie e maestose che nemmeno suo padre sarebbe stato in grado di realizzare.

Da allora, rincontrò Catlyn solo una volta. Lei era riuscita a contattarlo da una città della Gallia chiamata Massilia. Icaro decise che andare a trovare la etark era l’occasione migliore per provare le sue ali prima di raggiungere il suo vero obiettivo: osservare da vicino il Sole e poi volare lontano fin dove la forza delle sue braccia l’avrebbe condotto e poi viaggiare e viaggiare in lungo e in largo per il mondo, e non mettere mai più piede su quell’isola silenziosa e piena di ricordi. 

Così una tarda sera raggiunse la Wanakti a Massilia e dopo una lunga chiacchierata lei gli rivelò del suo amore per Atuko che l’aveva portata a dare alla luce una creatura, Letizia. Come regalo, Icaro si offrì di realizzare una enorme fortezza sotto il mare dove la piccola avrebbe potuto giocare con le ninfe acquatiche e godere della bellezza del mondo sommerso. Una volta finita la magnifica quanto unica costruzione sottomarina, Icaro si congedò per sempre da Catlyn con un grande peso nel cuore: era sempre stata tanto gentile e premurosa con lui, una vera amica. 

Tornato a Creta decise di partire per vivere finalmente la sua vita e così preparò il necessario. Innanzitutto prese una sacca di tela dentro la quale riporre un po’ di cibo e acqua, una manciata di pergamene dove vi erano incisi alcuni progetti ancora incompleti e infine un paio di sandali appartenuti al padre. Si strinse accuratamente le cinghie intorno alle braccia e al torace, legò la sacca sul davanti e poi prese la rincorsa esattamente dalla stessa cima dalla quale erano decollati tanto tempo prima Dedalo e Catlyn. Una volta a mezz’aria spalancò le braccia, fino ad allora tenute lungo il corpo, e s’innalzò verso il cielo tinto appena dal rosa dell’aurora. Continuò a salire ammaliato da tutta la bellezza che lo circondava: brillanti laghi incassati tra verdi vallate, casette piccole quanto granelli di sabbia confrontate da lassù rispetto all’enorme città labirinto di Cnosso… e infine anche la sua casa sul monte, ormai lontanissima. Il tempo si era immobilizzato come per concedere a Icaro la possibilità di assaporare tutta quella meraviglia. A est c’era il Sole, tanto suggestivo e ipnotico che lui non notò di starglisi avvicinando rapidamente, pericolosamente.

Quando si accorse che il Sole era ormai a poche braccia di distanza, constatò che era il momento di perdere quota e dirigersi verso le bramate terre lontane. Dopo aver smesso di muovere le braccia per far fermare le ali e abbassarsi dal Sole, ebbe una strana percezione. Sentì come una forza che lo tratteneva, sempre più vigorosamente, che gli impediva di perdere altitudine. Egli provò a dimenarsi più che potè, ma le ali che aveva costruito, che dovevano essere la sua libertà, in quel momento sembravano catene che lo trascinavano verso la fine. Infatti, Icaro continuò impotente a vedere il Sole incombere su di lui, finché la cera delle sue piume inevitabilmente si sciolse e lui precipitò a picco nel profondo Mare. Quello era il destino che Febo, per ordine di Zeus, aveva inflitto a Icaro: la punizione per aver aiutato e ospitato gli etark, coloro che avevano violato il suo santuario più caro e osato sfidare il Padre degli Dèi.


di: Letizia, lettrice


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